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Le 15enni volevano uccidere” Ecco la perizia che le incastra

Le 15enni volevano uccidere” Ecco la perizia che le incastra

Tre micro fratture alla trachea. Tre piccoli segni di una storia che fa paura. Non è stata legittima difesa. Non è più un omicidio preterintenzionale. Le ragazzine di Udine hanno ucciso il pensionato Mirco Sacher stringendogli le mani intorno al collo, fino a togliergli il fiato. Omicidio volontario: questo racconta la perizia che verrà depositata la prossima settimana. Sacher è morto perché le due amiche di quindici anni, con cui si era appartato il pomeriggio di domenica 7 aprile, gli sono saltate addosso, si sono accanite, l’hanno soffocato. Non è morto d’infarto. «Nessuna concausa naturale». Piuttosto una battaglia fra la Punto bianca di Sacher, la strada e il pratone di via Buttrio.

Tutto, di questo delitto, sta prendendo una forma diversa da come appariva all’inizio. La dinamica, il movente, anche il contesto. Racconta una certa Italia del 2013. Materia per sociologi, genitori ed educatori. «Abbiamo scoperto un mondo dove il sesso è una semplice moneta di scambio», dice un investigatore. La parola esatta che usa per descrivere la scena non è riferibile, anche se avrebbe reso meglio l’idea.

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Per quasi due mesi gli agenti della squadra mobile di Udine si sono immersi nella vita di Borgo Stazione, il quartiere dove le ragazzine arrestate passavano i loro pomeriggi. Zona di città vecchia. Crocevia principale. Il McDonald, due kebab, le panchine della fermata dei pullman, i ragazzi delle bande sudamericane, i maghrebini, gli italiani degli istituti tecnici. Il tenore di vita comune prevede – secondo quanto starebbe emergendo – alcune spese imprescindibili: bere, fumare, sballarsi, vestirsi bene, avere un telefono carico, possibilmente alla moda. E proprio intorno a queste esigenze da soddisfare, si sviluppa la trama del delitto di Udine.

Bisogna tornare al cadavere di Sacher, al pomeriggio di domenica 7 aprile, ai suoi pantaloni abbassati, così come viene fatto ritrovare. A quella che adesso viene ritenuta, senza mezzi termini, «una messa in scena». Le ragazzine erano scappate guidando la sua auto. Dieci ore di psichedelia pura, in contromano, con il motore che si spegne, chiedendo aiuto ai passanti, facendo autostop, saltando su un treno sbagliato. Quel giorno avevano fumato hashish e bevuto Lambrusco. Volevano andare a Firenze, ma si erano ritrovate a Pordenone. Dove due amici incontrati per caso, infine, le avevano convinte a costituirsi. «Lo abbiamo aggredito perché voleva violentarci», racconteranno nel verbale di confessione, alle tre del mattino.

Ora si scopre che: l’ex ferroviere Mirco Sacher, 66 anni, amico di famiglia di una delle due ragazzine, aveva un rapporto di confidenza con entrambe. La perizia sui telefoni cellulari ha portato alla luce diversi messaggi. Quattro giorni prima del delitto, Sacher scrive un sms difficile da fraintendere: «Grazie. Ci penso ancora. È stato bellissimo…». Più volgare di così.

Mirco Sacher era cioè, secondo l’accusa, un pollo da spennare che si prestava al gioco. Foraggiava le ragazze, otteneva qualcosa in cambio. Agli atti ci sono due testimonianze importanti. La prima è quella di un ragazzino che ha ammesso di aver comprato una prestazione sessuale da una delle due arrestate, al prezzo di una ricarica telefonica. La seconda racconta la domenica precedente al delitto. Quel giorno un altro pensionato viene rapinato. Dove? In una strada molto vicina a via Buttrio. Da chi? Sempre dalla banda delle ragazzine, a cui spesso si aggiungeva una terza amica. Facevano intendere di essere disponibili, chiedevano soldi, scappavano, minacciavano denunce. Ecco gli ingredienti: sesso, denaro, ricatti.

Si capisce lo smarrimento dei genitori. Qui, rispetto ad altri delitti italiani, le televisioni sono sempre rimaste fuori dalla porta di casa. I parenti non hanno mai rilasciato interviste, messo in piazza i loro sentimenti. C’è troppa solitudine da comprendere. Una realtà davvero dura da metabolizzare. La madre di una arrestata scoppia a piangere al telefono: «Chiedo scusa, ancora non me la sento di parlare. Il fatto è che è solo una bambina, alla fine».

Bambine. Soltanto bambine. Bambine terribili. Sono agli arresti in una comunità per minorenni. Anche l’avvocato Federica Tosel tiene un profilo basso: «Siamo di fronte a una tragedia. Vogliamo prima leggere le carte, capire bene». Eppure la frase chiave del delitto l’aveva pronunciata la stessa vittima, tre ore prima di essere ammazzato: «Dovete smetterla di mettermi le mani nel portafogli!». Era domenica mattina. Erano insieme al supermercato. Stavano comprando il vino che avrebbero bevuto, un pensionato e due bambine. Tutto doveva ancora succedere, ma era già una storia sbagliata.

http://www.lastampa.it/2013/06/01/italia/cronache/le-enni-volevano-uccidere-ecco-la-perizia-che-le-incastra-N9wI0ps7VnQ85XbOaQ1lrL/pagina.html

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